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Some things never change.
settembre 14, 2007, 2:56 pm
Filed under: Cultura, Iniziative, Politica, Società

Qualcuno di cui non ricordo il nome, qualche anno fa cantava una lirica dal titolo Some things never change (Alcune cose non cambiano mai).
Ora capisco che la canzone in oggetto era dedicata all’Italia.

Oggi dalla testata online Repubblica leggo la lettera scritta da una madre al ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni che s’intitola: Il mio Luca, bello e difficile che ha perso l’aiuto della scuola.

Ora non rimango basito perché il figlio di questa donna si chiama come me, rimango basito per quello che la madre di questo bambino scrive confermando ancora una volta che siamo cittadini di un paese che è una vergogna (il prossimo che in un commento si permette di scrivere che la Germania fa schifo e l’Italia è una meraviglia, lo vado a prendere a casa e, democraticamente, gli faccio assaggiare il crick della mia 127 Abarth).

Il ragazzino ha problemi di comprensione, quello che popolarmente viene chiamato ritardo mentale e che, secondo la legge italiana, da diritto allo stesso di usufruire di un insegnate di sostegno appositamente preparato per seguire questi difficili casi.

Il ruolo di insegnante di sostegno non solo è socialmente utile ma, per guardarla anche dal lato puramente materiale, è un modo per dare lavoro a delle persone qualificate per eseguire un compito particolarmente difficile. Dalla lettera della signora Ivana Leone di Milano, madre di Luca, leggo che il ragazzo non solo aveva tratto dei notevoli vantaggi dall’insegnate di sostegno ma, cosa ancora più importante, sembrava essersi perfettamente integrato nel tessuto sociale della classe.

Ovviamente quando una cosa funziona, nel nostro paese non può che essere smantellata ed eliminata poco a poco.

I fondi per gli insegnati di sostegno sono stati tagliati come fossero un inutile spesa pubblica e le ore a disposizione dimezzate con enorme svantaggio per tutte le parti in gioco, sia quello del bambino, sia quello dell’insegnate che per sbarcare il lunario magari alla sera deve andare a servire patatine fritte da McDonalds, sia quello della madre che non può più contare su un suo diritto di base: l’istruzione di suo figlio, cosa garantita anche dalla costituzione.

Ora mi sorge un dubbio: la spesa pubblica è troppo alta? Lo stato non può garantire i servizi di base (e questo vale anche per la sanità che in Italia sta diventando sempre più privilegio di pochi)? Non ci sono soldi per mantenere le infrastrutture di cui il cittadino ha diritto di usufruire?
Bene, ci credo, non ho dubbi in merito …ma allora com’è che i soldi per mantenere i privilegio di una classe politica mafiosa e corrotta non mancano mai? Com’è che i soldi per stipendiare la casta dei notai non mancano mai (vorrei ricordare che i notai percepiscono uno stipendio fisso dallo stato di circa settantacinque mila euro l’anno e che il loro dovrebbe essere un servizio pubblico, ovvero non bisognerebbe regalare loro altri soldi per una firma del caxxo)? Com’è che per le auto blu, costosissime e a carico di cittadini che però non ne possono usufruire, i soldi non mancano mai? Com’è che mantenere il Quirinale dove ci abita un vecchietto e sua moglie costa a noi cittadini più che mantenere tutti gli ospedali del nord del paese e, se qualcuno rimane senza casa perché non può permettersela, non può neanche usufruire di una stanza nella pubblica casa del presidente della repubblica?

C’è qualcuno che come me crede che la cosa migliore per risolvere i problemi della spesa pubblica, a favore dei cittadini, sia quella di tagliare le inutili spese che vanno a vantaggio di pochi, corrotti, politicanti?
Sono sicuro che in questo modo si recupererebbero tutti i soldi che servono per permettere a Luca, e ad altri ragazzi con gli stessi problemi, di poter continuare ad usufruire di un insegnate di sostegno.

Termino riportando la frase finale della lettera:

Ma io che non sono né ricca né potente e che con dignità voglio permettere a mio figlio di studiare senza incatenarmi al cancello della scuola, che cosa posso fare per offrirgli un futuro se non posso neppure garantirgli l’istruzione elementare?



Trash o arte?
agosto 30, 2007, 9:45 am
Filed under: Cultura, Società

Purtroppo in questo periodo, nonostante abbia un po’ di tempo libero tra un lavoro e l’altro, non sono molto ispirato nella scrittura di nuovi post!

Presto pubblicherò un post per Slaymer (tra l’altro, Slay, aspetto una traccia di cosa vuoi scrivere) ma per il momento la mia mente è vuota, rilassata, tranquilla ma priva di idee. L’unica cosa che voglio è far passare ancora queste cinque settimane per andarmene in ferie, staccare dalla quotidianità, anche la Germania sta diventando troppo normale ed è arrivato il momento di muoversi verso nuove destinazioni.

In ogni caso faccio questo post di fine mese.

Come avrete notato, nell’ultimo periodo mi sono fatto prendere dalla nostalgia degli anni passati, da quando avevo quattordici o quindici anni e non dovevo preoccuparmi di guadagnarmi da vivere, di pagare il mutuo, di chiedere ogni mese lo stipendio (pare che il dimenticarsi di pagarlo sia diventata pratica consueta per molte aziende italiane. Sintomo che forse il paese è al deficit?) e cose ordinarie come queste.

In questi giorni ho abbandonato le canzoni degli anni ’70/’80 e sono passato alle trasmissioni televisive e, in particolare, alle mitiche pubblicità di quel periodo a volte così naif!

Vi propongo due video che per chi ha la mia età (e non chiedetemi quanti anni ho) sono un fiume in piena di ricordi e di sensazioni …chi non ricorda La gomma del ponte, la bambina della Barilla che trova il gatto e arriva a casa con due ore di ritardo e per premio i genitori, invece di chiuderla nel porcile fino all’età di trentacinque anni, gli prepara un paio di chili di spaghetti numero cinque o ancora un Bepe Grillo che pubblicizza lo yogurt che non si attacca al dentista, per non parlare del Düss che si toglie i Levis in lavanderia rimanendo in boxer …come? Non era il Düss? …ok, ci ho provato! :)

Io devo dire che qualche lacrima l’ho versata! :D

…e ora guardate un po’ cosa offriva la televisione:

Sono propiro curioso di sapere quanti nostalgici ci sono nella blogsfera! :)



Which God taxi driver!
marzo 30, 2007, 10:55 am
Filed under: Cultura, Umorismo

Il mio nuovo ufficio è, come quello vecchio, all’undicesimo piano solo che stavolta invece di finire con il mio vecchio gruppo (anzi, Team che fa più figo), mi sono trovato in mezzo ad una serie di californiani, texani e oxfordiani (si dirà così?) che, quando parlano tra di loro, a primo impatto, sembra emettano una serie di suoni striduli privi di significato!
Dopo, quando ci fai l’abitudine, ti rendi conto che, effetivamente, non si capisce una seppia! :(

Che fare in casi come questi? Si cerca di rendersi più internazionali possibili, quelli con la lingua strana siamo noi quindi, che la cosa piaccia o meno, bisogna adeguarsi.

Prima mossa per l’integrazione: farsi capire quando si parla!

…perfetto, detto fatto.
Analizando la nostra parlata da italiani ho scoperto che la maggior parte delle volte utilizziamo indecenti intercalari tipo: si ma caxxo…; porca puxxana alle quali frasi vanno aggiunti una buona serie di modi di dire.
Come farsi capire quindi dagli anglofoni che affollano il mio anbiente di lavoro? …idea geniale! Con alcuni colleghi italiani abbiamo pensato bene di tradurre i nostri modi di dire direttamente in inglese. Dopo la consulenza del traduttore di Google e la visita di alcuni siti sparsi per la rete, ecco il risultato:

Nota: Il titolo viene dalla traduzione letterale di: che Dio t’assista solo che nel traduttore lo abbiamo scritto senza l’apostrofo dell’elisione e il risultato è stato Which God taxi driver che letteralmente è la traduzione di che Dio tassista! …ok, primo errore ma la frase è meravigliosa e l’abbiamo tenuta! :D

A seguire altre frasi di internazionalizzazione dell’italiano:

Not even to the dogs! = Manco ai cani!

In four and four eight = In quattro e quattro otto

But from when in here? = Ma da quando in qua?

But who makes me make it = Ma chi me lo fa fare

Right to be light = Giusto per essere chiari

But of what! = Ma di cosa!

These dicks!!! = Sticazzi!!!

Today it’s not air = Oggi non è aria

What I tell you for = Ma che te lo dico a fare

And what it steals to me? = E che me ne frega?

To eye and cross = A occhio e croce

Eye! = Occhio!

We are up the horse = Siamo a cavallo

Also not! = Anche no!

Pig cow! = Porca vacca! (ammessa anche la variante Pig bitch = Porca puttana)

God see and provides = Dio vede e provvede

Left me lost = Lasciami perdere

If I catch you I renew your face = Se ti prendo ti rifaccio i connotati

It doesn’t enter a dick there!!! = Non c’entra un cazzo!!!

I am tired dead = Sono stanco morto

Nonostante gli sforzi che stiamo facendo per integrarci, quando parliamo continuano a guardarci con delle facce perplesse! :|
Mah …chi li capisce è bravo!

(P.S. alcune frasi sono state prese dal sito TuttoTrieste)



Saffo e le sue sorelle.
novembre 30, 2006, 11:47 am
Filed under: Cultura, Società

Saffo è probabilmente la più famosa e conosciuta poetessa greca di tutti i tempi.
Nata nell’isola di Lesbo (un nome un destino), vissuta intorno al settimo secolo avanti Cristo.

Dopo aver passato una parte della sua infanzia in esilio in Sicilia e dopo alcune vicissitudini familiari non molto carine per via del fratello, tale Carasso che, innamorato perdutamente di una donna egiziana, ha portato la famiglia, aristocratica e benestante, alla rovina economica (le cose non cambiano mai), Saffo ritorna nella sua isola natale prendendo residenza nella capitale Mitilene.
Qui inizia ad insegnare l’arte della poesia a giovani donne per le quali scrisse anche delle strofe o canti nuziali dette epitalami.

Anche se non è cosa certa, Saffo provava una forma di attrazione per persone del suo stesso sesso già dalla pubertà.
Per convalidare questa teoria gli studiosi si rifanno alle parole di Anacreonte, altro poeta vissuto circa un secolo dopo, il quale afferma che Saffo provava una sorta di amore omosessuale verso le sue allieve. Questo è anche confermato da alcune poesie (la maggior parte) ad opera della stessa dedicate interamente all’amore per alcune fanciulle.
Altra cosa che si va ad aggiungere a dare adito alle maldicenze di tutti i tempi è il fatto che Saffo fosse la sacerdotessa del Tìaso di Lesbo (associazione religiosa dedita al culto di Dioniso, Dio greco del vino …e qui la dice lunga!) nel quale venivano mandate le figlie di ricche famiglie per prepararle al matrimonio. Li Saffo insegnava le “arti” che erano considerate proprie di una donna come il canto, la danza, il concetto di bellezza e l’amore …quest’ultima materia pare fosse la specialità della poetessa.
Quindi non si trattava solo di attrazione fisica fine a se stessa, era proprio una forma di sentimento che, probabilmente ma non sicuramente, non riusciva a volgere verso gli uomini.

Nell’antica Grecia l’omosessualità era cosa normale. Solo con l’avvento del Cristianesimo, in particolare dopo il concilio di Nicea, il tutto è stato criminalizzato in quanto pratica atta al piacere puro e non alla procreazione.
Grandi filosofi come Platone o Socrate avevano una moglie per generare e un amante, uomo, con il quale condividere piacere e cultura.
Saffo pare seguisse questa consuetudine infatti, da alcuni versi, si può ritenere quasi certo che, nonostante la sua passione fosse dedicata alle donne, anche lei, per necessità, aveva un amante uomo, e non uno qualsiasi, aveva niente meno che Alceo, poeta lirico inserito nelle top ten delle vendite nell’antichità.
Certo è che Saffo arrivò al matrimonio dal quale ebbe una figlia, Cleide, famosa non tanto per essere figlia di una VIP ma il suo nome è passato alla storia per via di alcuni versi dedicati a lei dalla madre (che fosse anche dedita all’incesto?).

Perché ho scritto tutto questo? …principalmente per due motivi:

Il primo, il più importante, è per far vedere che a scuola, quando non dormivo, qualcosa ho imparato. Così posso passare da saccente e tirarmela che fa tanto figo …e ogni tanto ci vuole! :D

Il secondo è perché questo post mi è stato ispirato ieri mattina, mentre ero in missione recupero di alcuni libri. Ero affacciato alla finestra del secondo piano di un edificio del centro storico e, di fronte a me, sulla scalinata della bibloteca di orientalistica, due studentesse erano dedite a scambiarsi effusioni. Non è la prima volta che mi capita di vedere due donne che si baciano, ma ieri la cosa è stata uno spettacolo.
Le ho viste baciarsi con tanta passione, incuranti di tutto e di tutti, una in piedi e l’altra seduta sul rialzo della scala, un abbraccio scambiato con calore e un tocco tra le loro labra che non aveva nulla di volgare, nulla di quella cosa fatta così, tanto per essere anticonformiste. Un bacio durato un minuto dato con tutta la passione degna di un film romantico da capolavoro, le loro lingue si sono cercate e poi sfiorate mentre con le mani si accarezzavano i capelli con la delicatezza che solo una donna innamorata riesce ad avere.

Non so perché ma la cosa mi ha fatto stare bene e con l’animo in pace tutto il giorno! Forse avevo solo voglia di un po’ di tenerezza anche se non vissuta in prima persona …ogni tanto anch’io mi sciolgo! :)



Fascismo e cinema.
novembre 7, 2006, 1:26 pm
Filed under: Cinema, Cultura, Società

Mussolini sale al potere nel 1922 e da quel momento sa che per conformare il popolo italiano alle idee del regime necessita di una larga azione di propaganda.

Per lo scopo, uno dei mezzi da privilegiare per l’epoca è il cinema.
Nonostante il regime totalitario, il cinema del ventennio in oggetto gode di una larga autonomia, ben lontana dalla pressante censura presente nella Germania nazista. Il regime fascista tende a controllare solo, ma in maniera totale, i cinegiornali e i filmati di propaganda che vengono presentati sempre, prima e dopo, ad ogni proiezione nelle sale cinematografiche.

I film romantici o storici non toccano l’interesse di Mussolini che quindi permette ai grandi autori di quegli anni, come De Sica e Visconti, di poter fare il proprio lavoro in tutta tranquillità. Ovviamente questo genere cinematografico doveva rimanere strettamente nel suo ambito e non toccare sfere considerate di esclusiva competenza politica.

Nel 1923 nasce L’Unione Cinematografica Educativa (LUCE), società ancora attiva ai nostri giorni, con lo scopo di creare una vasta produzione di documentari e di cinegiornali. Quasi tutta la produzione LUCE degli anni venti ha lo scopo di offrire al pubblico, sia italiano che estero, una documentazione precisa delle imprese, e in particolare dei successi, dell’Italia fascista.
Il cinema di propaganda nasce subito dopo ma è negli anni trenta che assume una morfologia propria in confronto al cinema popolare. Ha lo scopo di portare una immagine forte dell’italia e della sua voglia di rivincita dopo l’uscita, seppur vittoriosa, dalla prima guerra mondiale che ha portato non poche migliaia di morti e una sorta di malcontento generale dovuto alle pessime condizioni di vita.
In questi anni il regno d’Italia tende ad espandersi e a diventare un’impero. Bisogna conquistare nuove terre dove mandare quella parte della popolazione che ancora non ha mezzi di sostentamento, in particolare terre da coltivare. Si parte per la conquista dell’Africa.

A questo scopo, un’opera cinematografica importante voluta dal regime prende vita nel 1937 ed è il famosissimo (anche oltre oceano) Scipione l’Africano di Carmine Gallone. Occorreva qualcosa per far nascere nella popolazione l’orgoglio patriottico e, in particolare, giustificare ed accettare le nascenti campagne d’Africa (discorso a parte per la Somalia in quanto già colonia Italiana dagli anni ottanta dell’ottocento e rimarrà tale fino al 1960) con le quali Mussolini voleva realizzare la sua utopia e ricreare l’impero Romano.
La trama è un fatto storico realmente accaduto: Con la sconfitta di Canne, il senato romano affida a Publio Cornelio Scipione la missione di sconfiggere Cartagine sulla terra africana. Ed è proprio in terra d’Africa (era importante esaltare questo particolare) che Scipione sconfigge Annibale, per la precisione a Zama.
Quello che il regime fascista brama è far rivivere alla nazione questa parte di storia dei suoi avi.

Ritornando ai documentari politico-propagandistici e analizzandoli, vediamo tra loro alcuni punti in comune molto importanti tipo la voce del narratore sempre fiera, scattante, con pochissime pause, rapida nella descrizione e delle immagini che scorrono veloci, in bianco e nero dove il contrasto con la luce è ricercato. Immagini nelle quali si vede sempre tutto lustro, pulito, rigorosamente in ordine. Guardandole fanno sembrare bella e divertente anche la guerra che tale non è. La parola Duce viene nominata più e più volte e le frasi sono scelte alla perfezione, il tutto macchinato per far salire l’orgoglio del popolo italico e così ottenere l’approvazione, non politica ma morale, fatto ancora più importante!

Un esempio di questo tipo di cortometraggi, anche se in chiave umoristica, è stato girato ai giorni nostri. Sotto la regia e la fantasia di Corrago Guzzanti e Igor Skofic, ha preso vita un film tratto da una serie di riprese create per la trasmissione Il caso Scafroglia. L’attenzione ai particolari è notevole. Girato in una cava vicino Roma, il film narra l’avventura del gerarca fascista Barbagli (nome probabilmente inventato …mah!) e dei suoi fidati camerati sull’ostile pianeta rosso (bolscevico e traditor), conquistato in nome dell’impero. Il manipolo d’eroi passa per grandi scoperte, avventure e incontri alieni in una saga che raggruppa circa una decina puntate.

Vi propongo qui di seguito la sigla iniziale.

Come si può notare le analogie sono molte.
Il pianeta Marte è brullo e ostile così come si era presentata l’Africa all’esercito Italiano, la musica della sigla, liberamente tratta dalla più famosa Faccetta Nera di Giuseppe Micheli fino ad arrivare all’ossessione nella devozione verso il duce che caratterizza tutti i personaggi dei cinegiornali dell’epoca.

Di seguito ho inserito il primo episodio. Oltre la comicità del pezzo, è interessante notare le caratteristiche dei personaggi, la musica di fondo (originale) e i movimenti degli attori sempre in atteggiamento marziale. Se non fosse un pezzo comico sembrerebbe a tutti gli effetti un filmato propagandistico dell’epoca. Ricordiamoci che il cinema era muto fino alla metà degli anni trenta quindi le scene, in non rare occasioni, venivano commentate dal vivo nella sala cinematografica e aggiunto il sottofondo musicale.

Il film è stato presentato al festival del cinema di Roma (RomaCinemaFest) dove è passato in sottotono quando, invece, secondo la critica e il pubblico, meritava più spazio. La data di uscita della pellicola è stata lo scorso 27 Ottobre, durata 100 minuti, film a colori.
Eventuale recensione, per chi fosse interessato, su Cinespettacolo e University.La scheda degli attori la trovate dopo il filmato.

Buona visione.

Cast tecnico e produzione
Regia: Corrado Guzzanti
Sceneggiatura: Corrado Guzzanti
Soggetto: Corrado Guzzanti

Personaggi e interpreti
Corrado Guzzanti: Barbagli
Pasqualen Petrolo: Pini
Andrea Blarzino: Santodio
Marco Marzocca: Freghieri
Andrea Purgatori: Fecchia
Andrea Salerno: Bruno Caorso



Al femminile.
ottobre 23, 2006, 10:04 am
Filed under: Cinema, Cultura, Società

Rieccomi dopo un periodo di “ferie dal blog” che mi ha aiutato a rigenerarmi e a far fronte, organizzandomi al meglio, a tutti i vari impegni che ultimamente mi sono accollato.

Giusto per dimostrare che non sono misogino ma, anzi, credo che le donne siano una delle più belle invenzioni del creatore, rientro con un post tutto al femminile.

Ok, immagino le battute: “ma che sei stato in ferie a Casablanca?”, “ecco, un altro che si è convertito” oppure “mi sa che tua nonna aveva ragione!” …ebbene no, mi dispiace deludere tutte le donne che avrebbero voluto liberarsi di me e mi spiace anche per tutti gli uomini che si sono illusi di potermi baccagliare! >:o)

Come ormai qualcuno di voi ha intuito, ho una certa attrazione per le culture asiatiche e, tra queste, ho un debole particolare per quella Cinese, seguita dalla più famosa cultura Giapponese. In questo post vi presento un film di produzione cinese, girato a Taipei (Taiwan).
Un film ideato, diretto e interpretato da Sylvia Chang, 53 anni, Taiwanese di Chiayi.

Questo articolo non vuol essere una recensione, anche perché non sarei capace di scriverla ne, tantomeno, vuole essere una critica ma solo una mia personale opinione su una bella produzione cinematografica poco conosciuta in Italia che, a mio parere, andrebbe vista sia dalle donne, sia dai rappresentanti del sesso maschile così da poter capire cosa passa nella testolina delle loro compagne :)

20 30 40 l’età delle donne!L’idea: Pare sia nata da una serie di brani musicali, successivamente trasformati in sceneggiatura, incisi della stessa Chang con altre due autrici le quali, insieme alla regista, sono co-protagoniste del film e, per la precisione: Rene Liu (Taipei, 1970) e Angelica Lee (Malesia, 1976) anche protagonista di Gin Gwai” che da noi è meglio conosciuto con il nome di The Eye.

Il video della canzone che ha ispirato questa pellicola ve lo risparmio, anche se non dovreste avere nessun problema a capirlo in quanto è cantato in cinese standard (mandarino) e, per i meno pratici, è anche sottotitolato (come tutti i video cinesi)! :o)

Il titolo del film è 20 30 40 l’età delle donne (a lato la locandina originale) ed è un’opera totalmente al femminile, creata ed interpretata da donne per le donne, nella quale il loro universo …ironico e un po’ confuso, viene analizzato sotto alcuni aspetti nelle diverse età.

Trama: Le protagoniste vivono nella stessa città e nello stesso quartiere ma non si conoscono. La loro vita viene presentata in parallelo ma senza che tra di loro ci siano interazioni. Non è il classico film dove tre amiche si confessano ma è il ‘documentario’ della vita di ognuna, con la propria quotidianità e alle prese con un tema, quello sentimentale, che è posto al centro dei loro pensieri.
Come dice il titolo, le età di cui si parla sono tre con tutte le evoluzioni mentali, le idee, i desideri e i pensieri che accompagnano le donne. Come sono a vent’anni, cosa vogliono a trenta e cosa sperano a quaranta.

I vent’anni ci vengono raccontati attraverso gli occhi di Xiao Jie (Angelica Lee – 李心洁) che dalla Malesia affronta il suoAngelica primo viaggio per inseguire quello che è il suo sogno, cantare e ballare.
Viene presa, insieme a un’altra coetanea, sotto l’ala protettrice di un discografico fallito di nome Shi Ge, magistralmente interpretato da Anthony Wong Chau-Sang (Hong Kong, 1961), che cerca di lanciarle nel mondo dello spettacolo.

Xiao Jie vive il suo primo momento di liberta insieme alla sua allegra e ribelle compagna di avventura. Questo la spinge a porsi delle domande, in particolare si trova di fronte alla sua crescente attrazione verso le altre donne e all’incapacità di realizzare questa nuova esperienza. I giorni passano e il pensiero che il suo vero amore potrebbe non essere in un uomo ma nella sua nuova amica si fa sempre più insistente.

Renè LiùEd eccoci ai trenta dove entriamo nella vita di Xiang Xiang (Rene Liu – 刘若英), una hostess di linea con crisi depressive dovute alle poche soddisfazioni sentimentali, in cerca dell’uomo giusto e con la paura di morire da sola.

Xiang ha due cellulari e gestisce due uomini, un medico attraente ma sposato e un coetaneo ma con la testa di un adolescente da scuola superiore.

Divisa tra paure, fobie e tra i ricordi della madre, cerca a tutti i costi l’uomo ideale ritrovandosi sempre in relazioni grottesche, sterili, al limite del ridicolo. Talmente presa da questa sua mania da non accorgersi di quello che le gira intorno. Una trentenne moderna che subisce questa sua modernità, la voglia di cavarsela da sola, l’essere forte e indipendente esternamente si contrappone alla fragilità e all’insicurezza che ha dentro tanto da cercare appagamento nell’acquisto di vestiti o nel cambiare appartamento.

I quarant’anni si presentano in tutto il loro fascino e hanno il nome di Lily (Sylvia Chang – 张艾嘉), una bella donna, economicamente indipendente, proprietaria di un negozio di fioriSylvia Chang con una figlia adolescente e un marito ‘normale’ preso dal suo lavoro che la dà per scontata. Una vita monotona che un giorno cambia improvvisamente quando decide di divorziare dal noioso marito. Si rimette in gioco, tenta di recuperare gli anni passati a conformarsi nel ruolo di brava moglie e madre ma riapre la sua testa a quelle ‘paranoie’ alle quali aveva detto addio insieme ai suoi trent’anni.

Assiste una donna in coma all’ospedale nella prospettiva di sentirsi utile ma la solitudine l’abbraccia. Gli manca qualcuno per cui svegliarsi la mattina e così comincia la sua disperata ricerca di una seconda opportunità. Si trasforma in una ragazzina un po’ cresciuta con la voglia di sperimentare ma si ritroverà a gestire solo storie assurde con uomini più giovani o con affascinanti quarantenni divorziati alle prese con amanti ragazzine da gestire.

Questo film non farà gridare al miracolo ma sicuramente è molto divertente e ironico, ha un buon ritmo che mantiene per tutto il tempo e una bellissima fotografia. Probabilmente guardandolo gli uomini capiranno alcune delle esigenze delle donne (aiuta il rapporto di coppia per chi sceglie di averlo) e le donne, non tutte mi auguro, si rispecchieranno in almeno uno dei tre personaggi.



Giappone (日本), giapponesi (日本人) e giapponese (日本語)
luglio 20, 2006, 9:17 am
Filed under: Cultura

NiHonIn questi giorni nella comunità bloggers si è molto parlato di Giappone (日本), dei giapponesi (日本人) e del loro modo di vivere e vedere il mondo. Molto poco si è invece parlato della lingua giapponese (日本語) che è l’anima stessa della nazione!

Non credo si possa parlare di un paese, delle sue usanze e della sua cultura senza parlare della sua lingua e non si può conoscere la lingua di un paese senza approfondire lo studio della sua gente, dei loro modi di fare e della cultura alla quale hanno dato vita.
Questo non vuole essere un post sulla lingua nipponica, purtroppo sono la persona meno indicata per questo argomento, quindi mi limiterò a farneticare un po’ su tutto. E’ una mia personale analisi di come questa cultura lontana ha scosso i nostri neuroni come nessun’altra ha fatto, neanche quella americana che ci bombarda ogni giorno con film e telefilm dove si vedono le loro belle famigliole, i loro prati davanti a casa e la loro violenza.

La passione italiana per il Giappone ritengo sia nata e abbia influito su quella generazione che, negli anni 80, ha vissuto la pubertà e le prime esperienze.
In quegli anni la nostra testa veniva continuamente bombardata da tutto ciò che dal sol levante arrivava e non c’era settimana, se non ricordo male, che una novità mancasse dagli schermi televisivi.
Infatti, all’epoca, tutto arrivava via video. Non c’erano fumetti in grandi quantità come ora e il mercato della carta era gestito da Disney.

Era la nascita delle prime televisioni private che come scopo avevano quello di portare via una fetta di mercato, anche piccola, alla RAI.
I direttori di queste nuove emittenti mai avrebbero immaginato che tutto quello che a basso prezzo acquistavano dal Giappone, sarebbe diventato un fenomeno in grado di ‘marchiare‘ almeno due generazioni di italiani.

In particolare mi ricordo i vari Robot che avevano come nobile scopo quello di difendere la terra da migliaia di extra-incazzati-alieni. Non ero particolarmente amante di questo genere ma tre li ricordo bene. Goldrake, ovvero Drago d’Oro, dove il suo pilota in ogni puntata perdeva almeno 10 minuti a scendere dal tavolo dove faceva merenda fino alla cabina di pilotaggio nella testa del robot. Un altro era Jeeg, il fetente d’acciaio, che usciva smontato a pezzi e rientrava intero.

LamuChe dire di Mazinga Z e il figlio più piccolo Mazinga o Grande Mazinga? quelli si che erano fuori di testa. Se non sbaglio, in questa serie, c’era anche una ‘robotta‘ femmina che lanciava missili dai seni!

Ma quelli che più ricordo sono stati i cartoni meno violenti come Lamù, la mitica ragazza dello spazio dalle cosce lunghe e i capelli viola e Ai shite night, meglio conosciuta da noi come Kiss me Licia e il suo gatto parlante Giuliano! Un mito (anche se credo nella serie originale il gatto non parlasse).
Lo so, sono un romanticone :o)

Tra le novità d’oggi mi sono fatto tantissime risate con GTO (“voglio rimanere un semplice insegnate per tutta la vita”). Un uomo che ha il nobile scopo di fare l’isegnante non tanto per vocazione, ma perché è convinto che un docente possa avere tutte le studentesse che desidera.
Ma il bello di questa serie è il carattere del suo personaggio principale, il suo bambinesco modo di masticare la vita …forse perché un po’ la vediamo nello stesso modo!

In tutte queste opere, a parte qualcuna ambientata in europa, abbiamo sempre visto le città e il modo di vivere che i giapponesi, edochiani in particolare, hanno. Le loro feste il loro modo di presentarsi, di inchinarsi, come sono le loro case e così via. Un mondo completamente diverso dal nostro che non può non innescare una forte curiosità.
Kanji Love

Ritornando al discorso della lingua, personalmente ho anche cercato di studiarla. Devo dire che non è semplice, anzi …ma non è impossibile.
Bisogna cominciare a pensare e a ragionare come loro. In confronto a noi parlano ‘strano‘ ovvero parlano quasi al contrario, fanno un uso enorme di particelle, non hanno tempi, generi e numeri quindi tutto va indicato con particolari suoni o con giri di parole non indifferenti: io detto tu fare tu cosa quella detta io te …ok, scherzo, ma non è molto differente da così.
Quello che più mi/ci affascina, credo, sia il loro modo criptico di scrivere. Un mondo tutto suo, comunicano tra loro senza lasciare trapelare il messaggio allo straniero (Kajin) che sembrano rispettare ma con una certa distanza.

P.S. ho inserito dei kanji in forma di codifica sia nel titolo che nel testo e, probabilmente, questi da alcuni di voi non saranno visibili. Per poterli vedere bisogna, da browser, scaricare l’interprete con visualizza->codifica caratteri->unicode o occidentale e nel riconoscimento automatico selezionare giapponese.